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Alle 8:15 del 6 agosto 1945 la vita di decine di migliaia di persone si è divisa in due. Chi è sopravvissuto ha ricevuto, anni dopo, un nome collettivo: hibakusha (被爆者), letteralmente “persone colpite dalla bomba”. Non è un titolo onorifico né una diagnosi: è una categoria giuridica, un peso sociale e, per ottant’anni, una vocazione. Oggi gli hibakusha sono poco più di novantamila e hanno in media ottantasei anni. Le loro testimonianze sono le ultime che potremo ascoltare dalla voce di chi c’era.
Una parola che è anche una legge
Il termine hibakusha nasce nel dopoguerra e viene formalizzato nel 1957, quando il Giappone approva la legge sull’assistenza medica ai sopravvissuti e comincia a rilasciare il hibakusha kenkō techō, il libretto sanitario che dà diritto a controlli gratuiti e a cure specifiche. Prima di allora, per oltre un decennio, i sopravvissuti erano rimasti sostanzialmente soli: durante l’occupazione alleata la stampa sugli effetti delle radiazioni era limitata, e la parola stessa faticava a circolare.
La legge riconosce quattro categorie, e capirle aiuta a leggere correttamente i numeri che trovi nel Museo della Pace e nei pannelli del parco.
Le quattro categorie riconosciute
- Esposizione diretta: chi si trovava nell’area designata al momento dell’esplosione.
- Ingresso in città (nyūshi hibakusha): chi è entrato nella zona dell’ipocentro nelle due settimane successive, per cercare familiari o per prestare soccorso.
- Soccorso e contatto: chi ha assistito i feriti o gestito i corpi, esponendosi a radiazione residua.
- Esposizione in utero: i bambini che al momento dell’esplosione erano nel grembo di una donna appartenente a una delle categorie precedenti.
È l’ultima categoria a spiegare come si possa essere hibakusha pur essendo nati dopo la bomba: è il caso di Kosei Mito, che da vent’anni fa da guida volontaria ai piedi del Dome.
Quanti sono nel 2026
I numeri raccontano una curva che scende in modo ormai rapido. Il picco dei titolari di libretto sanitario risale al 1981, con oltre 372.000 persone. Nel marzo 2014 la soglia dei 200.000 è stata superata al ribasso, e nel 2025 quella dei 100.000. Secondo i dati del Ministero della Salute giapponese, alla fine di marzo 2026 gli hibakusha viventi erano 91.105, ottomila in meno rispetto all’anno precedente, con un’età media di 86,66 anni.
ApprofondisciKosei Mito: 300.000 Turisti Guidati al Dome| Anno | Hibakusha con libretto | Età media |
|---|---|---|
| 1981 (picco) | 372.264 | n.d. |
| marzo 2014 | sotto 200.000 | n.d. |
| marzo 2025 | 99.130 | 86,13 |
| marzo 2026 | 91.105 | 86,66 |
Vale la pena tenere a mente che questi non sono i morti né i feriti del 1945: sono le persone ancora vive oggi. Per il bilancio dell’esplosione e per la ricostruzione della città rimandiamo alla storia completa di Hiroshima, mentre la catena tecnica e politica che ha portato all’ordigno è ricostruita nell’articolo sul Progetto Manhattan e Little Boy.
Il peso di un libretto: discriminazione e silenzio
Per decenni essere hibakusha ha significato anche essere sospetti. Circolava l’idea, priva di fondamento scientifico, che le conseguenze delle radiazioni fossero contagiose o inevitabilmente ereditarie: molti sopravvissuti hanno perso occasioni di lavoro e di matrimonio, e non pochi hanno scelto di nascondere il libretto per tutta la vita. Il silenzio dei padri e delle madri, in molte famiglie, è arrivato prima della testimonianza pubblica: numerosi hibakusha hanno cominciato a parlare solo dopo i sessant’anni, quando i figli erano ormai adulti.
Questo aiuta a capire perché il tema resti delicato anche nella conversazione quotidiana. In una cultura in cui l’ordine sociale passa attraverso la discrezione (la stessa che spiega, in altro ambito, l’uso del contatto visivo o il galateo sui mezzi pubblici), raccontare pubblicamente il proprio corpo ferito è stato un gesto costoso.
La pioggia nera
Una battaglia legale lunga decenni ha riguardato la cosiddetta kuroi ame, la “pioggia nera” carica di particelle radioattive caduta nelle ore successive all’esplosione su aree che il perimetro amministrativo escludeva. Nel 2020 il tribunale distrettuale di Hiroshima ha dato ragione a un gruppo di ricorrenti, la corte d’appello ha confermato nel 2021 e il governo ha rinunciato a impugnare la sentenza, aprendo la strada a nuovi criteri di riconoscimento. Alcune persone hanno ottenuto lo status di hibakusha a più di settantacinque anni dai fatti.

Il registro dei nomi sotto il cenotafio
Nel Peace Memorial Park, sotto l’arco del cenotafio disegnato da Kenzō Tange, è custodito il registro dei nomi delle vittime. Ogni 6 agosto, durante la cerimonia, vengono aggiunti i nomi di chi è morto nell’anno appena trascorso, indipendentemente dall’età e dalla causa: la logica è che quelle morti appartengono comunque alla storia della bomba. Alla cerimonia dell’agosto 2026 i nomi registrati erano 353.639, con 4.393 aggiunte rispetto all’anno precedente.

È il dettaglio che colpisce di più chi visita il parco: il monumento non è chiuso. Continua a crescere.
Chi parlerà quando non ci saranno più
La città di Hiroshima ha affrontato il problema in modo istituzionale. Dal 2012 esiste un programma di formazione per i denshōsha (伝承者), i “successori della memoria”: persone di ogni età che seguono un percorso biennale accanto a un hibakusha, ne studiano il racconto e imparano a restituirlo in prima persona plurale, senza appropriarsene. Dal 2022 un secondo programma è riservato ai familiari dei sopravvissuti, per trasmettere anche le storie di chi non ha mai voluto parlare in pubblico.

Nel dicembre 2024 il Premio Nobel per la Pace è andato a Nihon Hidankyo, la confederazione nazionale delle associazioni di hibakusha nata nel 1956, con una motivazione che parla esplicitamente della forza della testimonianza diretta. Per molti sopravvissuti è stato il riconoscimento arrivato all’ultimo momento utile.
Ascoltare una testimonianza: come funziona
Le testimonianze non si incontrano per caso: vanno cercate, e spesso prenotate. Alcune indicazioni pratiche, valide ad agosto 2026 e da verificare comunque prima della partenza.
Leggi ancheHiroshima: dalla Fondazione alla Bomba alla Rinascita- Il Museo della Pace e la fondazione che lo gestisce organizzano incontri con hibakusha e con denshōsha, in giapponese con interpretazione o direttamente in inglese: la richiesta va inoltrata con settimane di anticipo, in genere per gruppi.
- Le testimonianze video sono consultabili nella videoteca del museo e in archivi online, senza prenotazione e senza costi aggiuntivi oltre al biglietto del museo (ordine di grandezza: qualche centinaio di yen).
- Nei pressi del Genbaku Dome operano guide volontarie indipendenti che offrono racconti gratuiti a chi si ferma: è il modo più informale, e più incerto negli orari, di ascoltare qualcuno.
- Il 6 agosto la città è affollatissima e gli alloggi si esauriscono con largo anticipo: se punti a quella data, leggi prima dove dormire a Hiroshima.
Un’ultima nota di misura. Non si chiede a una persona anziana se è hibakusha, non si fotografa un testimone senza permesso, non si domanda “quanti parenti ha perso”. Si ascolta, si ringrazia, e se serve si tace: davanti al cenotafio molti visitatori giapponesi restano immobili qualche secondo con le mani unite, e imitarli non è folklore ma cortesia.
C’è un proverbio giapponese che ricorre spesso nei discorsi del 6 agosto: ichi-go ichi-e (一期一会), “una volta, un incontro”. Nasce dalla cerimonia del tè e significa che ogni incontro è irripetibile. Applicato agli hibakusha smette di essere un’eleganza letteraria e diventa una constatazione: la generazione che può dire “io ero lì” ha ormai un orizzonte breve, e ogni testimonianza ascoltata è, letteralmente, un’occasione che non tornerà.
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Articolo aggiornato: agosto 2026.
Come abbiamo scritto questo articolo
- Esperienza diretta
- I luoghi descritti sono stati visitati di persona (agosto 2026). Orari, prezzi e percorsi sono stati verificati sul posto, non copiati da altre fonti.
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